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Minacce a carabinieri e sindaco: 25 arresti tra gli zingari di Agropoli

«Marescià… scrivete sempre, scrivete sempre… ma lo sapete che la vita è breve… si muore… cercate di fare il bravo». E’ soltanto una delle minacce che o’ capone, uno degli affiiliati del clan Marotta – meglio noti come gli zingari – ha rivolto ad un sottufficiale della compagnia di Agropoli che indagava su di loro. Minacce reiterate ai carabinieri e anche al sindaco Adamo Coppola. Minacce allo Stato, in pratica. Dichiarazioni di «guerra», sottolineavano gli anziani del gruppo ai militari dell’Arma , avvisandoli che stavano facendo il possibile per «tenere calmi i più giovani». Minacce che, in una lettera del primo cittadino ai carabinieri, dopo che un gruppo dei Marotta-Cesarulo aveva sfondato la porta del suo ufficio, rischiavano di «mettere a rischio e la sicurezza e l’ordine pubblico in città». E tutto questo per impedire che l’amministrazione comunale procedesse con gli sgomberi nelle ville di loro proprietà oggetto di confisca a seguito di una serie di indagini patrimoniali svolte nei loro confronti dal Gico della guardia di finanza. Per questo motivo la procura Antimafia di Salerno ha chiesto ed ottenuto dal giudice per le indagini preliminari non soltanto venticinque provvedimenti cautelari ma anche il riconoscimento, per tutti gli indagati, dell’associazione di stampo mafioso. Per la prima volta per un gruppo non italiano ma nomadi. Ed erano proprio i diversi campi rom sparsi in alcuni regioni italiane a rappreesentare la base logistica del gruppo dedito alle rapine in gioielleria. Le indagini hanno documentato come il gruppo fosse dedito all’esecuzione di furti con destrezza ai danni di negozi, furti all’interno di autovetture e all’utilizzo indebito delle carte di credito asportate.
E anche estorsione nei confronti degli operatori commerciali ed imprenditori agropolesi. E, per ripulire il denaro, utilizzavano una finta società attraverso operazioni di home banking. Il gruppo aveva anche preso di mira un funzionario comunale che metteva “sotto pressione” per far assumere componenti della famiglia nelle cooperative inserite nel ciclo della raccolta dei rifiuti.E, se la mansione che veniva data loro non piaceva, tornavano a minacciarlo per ottenere altri compiti. (IL MATTINO)

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