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EDITORIALE- La libertà di stampa è la tua libertà: no ai bavagli!

Editoriale di Umberto Baldo (Tiviweb)

Sapete perché potete leggere le notizie su questo nostro sito, avendo la certezza che chi scrive non è soggetto ad alcuna pressione da parte dell’editore o di chicchessia? Perché quello della libertà di stampa è un principio che viene sempre accompagnato da leggi apposite, che lo garantiscono e lo rendono un diritto fondamentale della democrazia. In Italia, ad esempio, il diritto alla libertà di stampa è garantito dall’ articolo 21 della Costituzione, oltre che dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, che dà ad ognuno una “libertà di espressione e d’informazione”.

Quando si parla di democrazia si parla anche di libertà di stampa. Possiamo dire quindi, senza paura di essere smentiti, che la democraticità di un Paese si misura anche attraverso la libertà dei giornalisti di scrivere. Ma cos’è la “libertà di stampa? Si tratta sostanzialmente della libertà di ogni individuo di poter esprimere il proprio giudizio e pensiero in maniera scritta o attraverso qualsiasi altra modalità di espressione. Ho sempre pensato che l’Ordine dei Giornalisti, portato storico del regime mussoliniano, sia di fatto una possibile limitazione alla libertà di espressione dei cittadini, e che la sua abolizione sarebbe di fatto un’attuazione “tardiva” del predetto art. 21 della Carta.

Ogni anno Reporter sans frontières stila una classifica sulla libertà di stampa nel mondo. Nell’ultimo report del 2018 all’Italia è stato assegnato il 46° posto, allo stesso livello del Belize e del Botswana tanto per avere un’idea.

Di recente l’Europa ha affrontato la perdita di due giornalisti d’inchiesta. Si tratta di Daphne Caruana Galizia, giornalista maltese uccisa con un’autobomba a ottobre 2017, e del giornalista slovacco Ján Kuciak e della sua compagna Martina Kušnírová, assassinati a febbraio di quest’anno. Questi episodi dimostrano come anche nella UE non si possa dare per scontata la libertà di informazione.
Purtroppo molti credono che la libertà di stampa, il cui principale baluardo è la segretezza delle fonti, sia un privilegio dei giornalisti e non una garanzia per tutti.
Di primo acchito potrebbe quindi sembrare che il problema sia dei giornalisti e non nostro. Sbagliato!

Pensate che senza una stampa libera verremmo a sapere delle malefatte, delle malversazioni, delle ruberie, che quotidianamente avvengono in Italia? Pensate che senza la testardaggine di Carl Bernstein e Bob Woodward si sarebbe scoperchiato lo scandalo Watergate, che ha portato addirittura alle dimissioni di un Presidente Usa?

E’ chiaro che, cercando ad esempio con iniziative giudiziarie di conoscere le fonti dei giornalisti, si finisce per impaurire coloro che, con la garanzia dell’anonimato, denunciano cose che altrimenti resterebbero segrete.

E badate bene che nessun “Potere”, anche il più democratico, non ami il controllo della stampa libera, e purtroppo dobbiamo constatare che anche il Governo in carica non apprezza molto i giornali che non ne decantano i meriti.

Non parliamo poi dei regimi autocratici o dittatoriali.

Solitamente quando di parla di libertà di informazione si pensa alla carta stampata, senza tenere conto che mentre relativamente ai giornali è più facile verificare condizionamenti o censure, diventa molto più difficile per la “Rete”, nel cui ambito il tema del controllo del potere politico sull’informazione si pone in termini del tutto, e per certi versi molto più subdolo e sfuggente. L’esempio più eclatante è quello della messaggistica istantanea, che ha dovuto ricorrere alla “crittografia” per ostacolare l’azione dei governi autoritari. Non è un caso se Whattsapp è stato bloccato nel tempo in ben 12 Paesi, tra cui Bangladesh, Bahrain ed Etiopia. E che Telegram sia stato parimenti fermato in Cina

Nella storia c’è una costante: tutti i regimi autoritari hanno imbavagliato la stampa; dal Minculpop fascista, ai recenti provvedimenti del turco Erdogan.

Le parole che chiudono il film “Z – L’orgia del Potere” di Costa-Gavras sui titoli di coda hanno in qualche modo “segnato” la mia generazione, e restano a mio avviso un monito da non dimenticare: “Contemporaneamente i militari hanno proibito i capelli lunghi, le minigonne, Sofocle, Tolstoj, Mark Twain, Euripide, spezzare i bicchieri alla russa, Aragon, Trockij, scioperare, la libertà sindacale, Lurcat, Eschilo, Aristofane, Ionesco, Sartre, i Beatles, Albee, Pinter, Socrate, l’ordine degli avvocati, imparare il russo, , imparare il bulgaro, la libertà di stampa, l’enciclopedia internazionale, la sociologia, Beckett, Dostoevskij, Cechov, Gorkij e tutti russi, il “chi è?”, l musica moderna, la musica popolare, la matematica moderna, i movimenti della pace, e la lettera “Z” che vuol dire “è vivo” in greco antico”.

Quindi non bisogna dimenticare che la democrazia e la libertà sono piante gracili, che vanno coltivate ed innaffiate ogni giorno.

Da ciascuno di noi.

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