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Solo tre parole: pacco, politica, progetto. Discorso semiserio sulla politica cilentana di Massimo Calise

Sono tre parole in ordine alfabetico: pacco, politica, progetto. Voi quale scegliereste?
Se rivolgessi la domanda a un politico, nazionale o locale, pretendendo una risposta sincera (per questo non lo farò realmente) risponderebbe, ne sono certo: pacco.
Pacco qui inteso come promessa o bonus o pacco alimentare e non come imbroglio da codice penale. Certo anche in quest’ultima accezione ci sarebbe molto da dire ma non è questa, ora, la mia intenzione.
Se poi insistessi chiedendo di scegliere una seconda parola fra le due rimaste (politica e progetto) non ho alcun dubbio che la scelta cadrebbe su politica. Intendiamoci, non perché sia veramente preferita all’altra ma è la parola, l’idea progetto che è proprio indigesta.
Il motivo è semplice, parafrasando John Maynard Keynes: con i progetti lunghi saremo tutti (politicamente) morti. Infatti un progetto presenta dei rischi e richiede, oltre alle indispensabili volontà e intelligenza, tempi lunghi, risorse.
La politica nazionale, da quasi tre decenni, sembra esigere un leader che con la sua personalità, le sue capacità mediatiche e, anche, con le sue iniziative sappia catturare il maggior consenso possibile; ecco allora la politica del pacco ossia di azioni capaci di un veloce ritorno in termini elettorali. Su questi aspetti si sono consumati fiumi di inchiostro, si è parlato di “partito personale” e sono apparse come novità prassi politiche che nel meridione, e quindi nel Cilento, sono praticate dall’unità in poi. Già la lettura del “Viaggio elettorale” di Francesco De Sanctis (1876) dice molto in proposito.
Ma è necessari affermare che il “partito personale” è stato inventato qui, al sud! Sia che esso fosse una succursale dei vecchi partiti sia, più compiutamente, con le liste civiche.
Condizioni oggettive, demografiche e socioeconomiche spiegano, in parte, la realtà politica in cui viviamo. A una base elettorale ridotta corrisponde un offerta (elettorato passivo) irrisoria e dominata da pochissimi notabili che, sia per capacità non eccelse sia perché timorosi di perdere consenso, ascoltano “la pancia” dei loro sostenitori. Ma “quando l’ orizzonte si restringe [ …] dal possibile complesso al praticabile immediato, è inevitabile che la bilancia penda in senso immediatamente sfavorevole agli ideali di equità, giustizia, solidarietà” e, aggiungo, penda a sfavore del futuro e ,quindi, delle nuove generazioni. Quest’ultime, rassegnate, hanno l’emigrazione come effettiva “unica garanzia giovani”; se ne lamentano qualche volta con gli amici, la sera, al bar.
Malauguratamente con questo tipo di politica, esercitata e approvata più o meno esplicitamente per tanti anni, le opportunità non sono più cercate; non sono neppure viste e valutate le buone pratiche che altre realtà potrebbero suggerire. Tutto fermo dunque, non proprio. Qualche finanziamento da spendere si trova e, fra tanti pacchi, qualcosa di positivo esce. Ma niente di strutturale e duraturo che possa far, almeno, sperare nello sviluppo. Infatti il pacco per funzionare deve essere a termine per poi poterlo rinnovare ai fedeli meritevoli, casomai nella prossima campagna elettorale.
Ormai esiste una spinta globale al decentramento che, almeno dalle nostre parti, è vissuta più come rifiuto del “vecchio sistema” che spinta alla realizzazione di un governo di prossimità più adeguato alle esigenze diversificate emerse. A questo cambiamento subito non ha corrisposto una diversa qualità dei politici e delle amministrazioni locali; eppure qualche timido segnale di questa necessità vi è stato: penso alla legge per le elezione diretta dei sindaci del 1993.
Così con questo giro di pacchi, che qualcuno chiama voto di scambio, con cui io prometto un pacco a te e tu dai un voto a me, i Comuni si spopolano, diminuiscono le nascite e continua l’emigrazione, la popolazione invecchia e l’economia regredisce.
Insomma quella che, ironicamente, definisco “politica dei pacchi” ci consegna pacchi sempre più poveri ed effimeri; ciò non ci fa rimanere fermi, ci fa arretrare.
Per precisare, un accenno ai pacchi, quelli alimentari: un dovere della comunità verso i più bisognosi e non dovrebbero divenire uno strumento in mano ai politici; quest’ultimi si dovrebbero impegnare affinché di pacchi alimentari non ci sia più bisogno e, vergognosi almeno una volta, ne dovrebbero stare lontano.
Speriamo che i cittadini si sveglino e valorizzino la loro presenza e non stiano sempre in panchina, scontenti si, ma in attesa del prossimo pacco!

su Redazione Opera News

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