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L’Editoriale di Massimo Calise. “Una storia per il futuro”

Una Storia per il futuro di Massimo Calise
La conoscenza storica ci aiuta a capire il presente e a progettare il futuro

La storia, più che conosciuta, è interpretata; siamo noi, oggi, che costruiamo il nostro passato. Questo non significa che non esistano fatti storici certi, ma quest’ultimi possono essere visti, interpretati in modi diversi, addirittura divergenti.
Specialmente quando la storia non è maneggiata dagli storici si può incorrere in gravi errori.
È sbagliato, ad esempio, giudicare un periodo storico, quindi un fenomeno complesso, scegliendo e soffermandosi su singoli episodi (è come, facendo un paragone, valutare la prestazione di una squadra di calcio osservando un unico gol fatto o subito). Allo stesso modo capita di osservare che il severo giudizio su un episodio tremendo, come la strage di Pontelandolfo, sia esteso a tutto il Risorgimento. Oppure, all’opposto, sentir vantare le positive eccezioni come fossero normalità; un esempio classico è la ferrovia Napoli-Portici addotta come simbolo di sviluppo. Sono decantate una serie di eccezioni che, proprio perché tali, non stimolarono una produttiva quotidianità. Volendo fare ancora un paragone sportivo è come celebrare le nostre prodezze atletiche costretti a richiamare personaggi del passato come Pietro Mennea e Sara Simeoni.
Un altro errore consiste nell’ applicare a eventi remoti lo stesso metro di giudizio (morale) che useremmo se un evento simile accadesse oggi (come commentare un incontro di pugilato di fine ‘700 con il metro di giudizio attuale); valutare, ad esempio, con le regole attuali, il regime carcerario del secolo decimonono.
Sappiamo che l’interpretazione della nostra storia, del nostro passato influenza il presente.
Chiunque, evidentemente, può avere ed esprimere un giudizio personale su un evento, su un periodo storico. Ma se questo suo giudizio diviene materia di pubblico dibattito allora si ha il dovere di approfondirlo e verificarlo seriamente; poiché l’interpretazione del passato incide sul nostro modo di pensare, di relazionarci con gli altri cittadini e con le istituzioni.
Si alimenta, a volte inconsapevolmente, una deleteria mentalità poco incline a promuovere aggregazioni nel territorio e fra i territori, a creare reti collaborative.
Occorre quell’etica della responsabilità che ci faccia riflettere su tutte le possibili conseguenze del nostro agire e, aggiungo, del nostro chiacchierare.
Noi al meridione abbiamo tanti problemi e, come non bastassero, anche una diffusa concezione della storia che vorrebbe rivalutare il periodo borbonico. Tale idea, diffusasi soprattutto per mezzo dei social networks, non è propagandata dagli storici ma da giornalisti e divulgatori attraverso pubblicazioni e conferenze. Affidarsi alle loro tesi e come rivolgersi, per una operazione chirurgica, alla benemerita categoria degli infermieri anziché ai chirurghi.
Si assiste a una divulgazione storica che scopre ciò che è stato già scoperto, lo utilizza ignorando la complessità e il contesto, per poi fornirne una narrazione semplificata che si presta anche a strumentalizzazioni politiche. Ora una storia così letta, a spizzichi e bocconi, alimenta acredine e vittimismo, giustifica l’inerzia. Ovviamente ciò non significa che i misfatti vadano taciuti, la storia è tragedia e nessun popolo è completamente innocente ma, ad esempio, il giudizio severo sulla efferata strage di Casalduni e Pontelandolfo non può essere esteso al processo unitario.
La storiografia ha fatto giustizia di una visione troppo agiografica del Risorgimento e anche gli storici critici sul suo svolgimento non mettono in discussione la necessità storica dell’unità italiana; solo una grave superficialità può auspicare un Meridione separato dal resto d’Italia. Molti sono stati spinti a cullarsi in fiabe consolatorie e a cercare le cause del ritardo del Mezzogiorno (che, ovviamente, qualcuno nega) negli altri, lontano da noi; e ,in attesa che i presunti “cattivi” si ravvedano, il ritardo permane e, per certi versi, si aggrava.
Sono molte le intelligenze, anche giovani, che si dedicano all’errata-corrige della storia anziché dedicarsi al riscatto del loro paese. A loro si addice la frase di Ennio Flaiano: “Ha una tale sfiducia nel futuro che fa i suoi progetti per il passato”. Invece i cittadini dovrebbero trovare motivi di orgoglio nel presente che ha le sue urgenze, ma senza trascurare di progettare concretamente il futuro. Se pensiamo di affidarlo nelle mani altrui o alla “buona stella” difficilmente potrà essere positivo; resteremmo delusi, come già siamo, e ne perderemo anche in dignità.

su Redazione Opera News

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