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La gran bonaccia del Golfo di Policastro di Massimo Calise

La gran bonaccia del Golfo di Policastro di Massimo Calise

Una metafora per stimolare un’utile riflessione sul futuro del nostro territorio

[…] la bonaccia continuava, noi continuavamo a star qua e loro là, immobili […] non volevano che si muovesse nulla, per carità! Su quel punto, i capi della nostra nave e quelli della nave nemica, pur odiandosi a morte, andavano proprio d’accordo. Cosicché, la bonaccia non accennando a finire, […] fu una bonaccia che nessuno s’aspettava durasse tanto addirittura per degli anni, […] e con un afa, un cielo pesante, basso, […] Tutto era così immobile, che anche quelli di noi che erano più impazienti di cambiamenti e novità, stavano immobili anche loro […] (da “La gran bonaccia delle Antille” di Italo Calvino)
Il brano è tratto dal noto pamphlet con cui Calvino ironizzava sull’immobilismo, non di un territorio e della sua classe dirigente, ma di una organizzazione politica.
Tempi e situazioni diverse ma la metafora della bonaccia, quello stato del mare calmo e senza vento, temuta anticamente dai marinai e dai velisti di ogni tempo, è applicabile alle popolazioni del Golfo di Policastro e, soprattutto, alla loro classe dirigente.
Nel Golfo la Natura ha svolto egregiamente il suo compito, ora toccherebbe all’Uomo.
Ma come la nave che, nella bonaccia, non avanza così la collettività che si trova in tale stato è immobile, apatica. Anche i pochi volenterosi si sono rassegnati o ad una acquiescenza silenziosa o a un “fremente immobilismo”; quest’ultimo si manifesta con la sostanziale ripetizione di stanchi riti e di iniziative utili, al massimo, ad alleviare la triste quotidianità. Nessun fremito civico, nessuna curiosità culturale e, di conseguenza, nessun sviluppo economico. Vuoti richiami all’amore della propria terra corredati da foto, gli strilloni dell’effimero impazzano. Ipocriti inviti alla pseudo-partecipazione trovano pronti: scopritori di buche, spostatori di statue, amanti delle fontane, appassionati di parchi giochi, … .
Sul passato qualcuno si è fatto una reputazione, sul futuro c’è silenzio; al massimo, è atteso. Atteso e delegato, tacitamente, ai politici locali che, con atteggiamento questuante, al più richiedono interventi (fondi) che, se utili, sono incapaci di incidere strutturalmente sulla realtà.
Occorrerebbe coraggio e progettualità; dovremmo preferire una faticosa discontinuità, potenzialmente utile a molti, al consueto status quo, sicuramente utile a pochi.
Il territorio si impoverisce anche per l’emorragia di giovani che emigrano in cerca di lavoro e, anche, di libertà. Infatti essi traggono le loro maggiori soddisfazioni laddove possono esprimere, non solo dal punto di vista lavorativo, la propria personalità, liberare la propria creatività. Ciò, nel nostro territorio, è molto difficile, eppure: “sappiamo tutti che sono proprio le storture, le anomalie, le deviazioni dal solco già tracciato della normalità a esprimere solitamente i talenti più generativi dei nostri giovani” (da “L’ora di lezione” di Massimo Recalcati).
Un futuro migliore è possibile ma il vento per uscire dalla bonaccia non ce lo darà nessuno: esso c’è già; è chiuso nelle nostre menti, liberarlo è solo un atto di volontà. A volerlo compiere.

su Redazione Opera News

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